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Il mandato d’arresto europeo tra mutuo riconoscimento e tutela dei diritti fondamentali: profili giurisprude

2026-02-10 11:06

Mariangelica Lo Giudice

Diritto Penale, Diritto dell'Unione europea,

Il mandato d’arresto europeo tra mutuo riconoscimento e tutela dei diritti fondamentali: profili giurisprudenziali europei e nazionali

Il mandato d’arresto europeo (noto con l’acronimo MAE) costituisce uno degli strumenti più significativi della cooperazione giudiziaria penale nell’Un

Il mandato d’arresto europeo (noto con l’acronimo MAE) costituisce uno degli strumenti più significativi della cooperazione giudiziaria penale nell’Unione europea. Introdotto dalla decisione quadro 2002/584/GAI, esso ha sostituito i tradizionali meccanismi estradizionali tra Stati membri, fondandosi sul principio del mutuo riconoscimento delle decisioni giudiziarie. Tale principio, considerato dalla giurisprudenza europea la “pietra angolare” della cooperazione giudiziaria, presuppone un elevato grado di fiducia reciproca tra gli ordinamenti degli Stati membri. Tuttavia, l’applicazione del MAE ha sollevato delicate questioni in materia di diritti fondamentali, dando luogo a un intenso dialogo giurisprudenziale tra la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) e i giudici nazionali. Il MAE è una decisione giudiziaria emessa da uno Stato membro al fine di ottenere l’arresto e la consegna di una persona da parte di un altro Stato membro, per l’esercizio dell’azione penale o per l’esecuzione di una pena o misura di sicurezza privativa della libertà personale. La procedura è caratterizzata da termini stringenti e da una drastica riduzione delle cause di rifiuto, in netta discontinuità rispetto alla logica estradizionale tradizionale. Elemento qualificante è l’eliminazione, per una serie di reati particolarmente gravi, del controllo sulla doppia incriminazione, giustificata dalla presunta equivalenza dei sistemi penali degli Stati membri. Tale impostazione rafforza l’efficacia repressiva, ma accentua al contempo la necessità di adeguate garanzie sul piano dei diritti fondamentali. La CGUE, infatti, ha svolto un ruolo determinante nel delineare i confini applicativi del MAE. In una fase iniziale, la Corte ha adottato un approccio marcatamente favorevole al mutuo riconoscimento. Nella sentenza Advocaten voor de Wereld (C-303/05), la Corte ha escluso che la decisione quadro violasse il principio di legalità penale, ritenendo legittima la soppressione della doppia incriminazione per talune categorie di reati. Un progressivo mutamento di prospettiva si è registrato con l’emersione delle problematiche connesse alla tutela dei diritti fondamentali. La svolta è rappresentata dalla sentenza Aranyosi e Căldăraru (cause riunite C-404/15 e C-659/15 PPU), nella quale la CGUE ha affermato che l’autorità giudiziaria dell’esecuzione deve sospendere la consegna qualora sussista un rischio reale di trattamenti inumani o degradanti nello Stato emittente, in violazione dell’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali. La Corte ha introdotto un rigoroso meccanismo di verifica in due fasi, che combina l’accertamento di carenze sistemiche con la valutazione del rischio individuale. Di particolare rilievo è anche la giurisprudenza sull’indipendenza dell’autorità giudiziaria emittente, sviluppatasi a partire dalla sentenza LM (C-216/18 PPU). In tale pronuncia, la CGUE ha riconosciuto che gravi e persistenti violazioni dello Stato di diritto nello Stato emittente possono incidere sull’esecuzione del MAE, imponendo un controllo concreto sulla possibilità che la persona richiesta subisca una violazione del diritto a un equo processo. Il legislatore italiano ha dato attuazione alla decisione quadro con la legge n. 69 del 2005, introducendo un sistema di consegna giudiziaria fondato sulla cooperazione diretta tra autorità giudiziarie. Sin dall’origine, la disciplina ha suscitato dubbi di compatibilità costituzionale, soprattutto in relazione alla tutela della libertà personale e al diritto di difesa. La Corte costituzionale, con la sentenza n. 143 del 2008, ha chiarito che il MAE è compatibile con la Costituzione, purché l’applicazione concreta dell’istituto rispetti i diritti fondamentali della persona. In tale pronuncia, la Corte ha evidenziato come il principio del mutuo riconoscimento non possa tradursi in un automatismo cieco, ma debba essere bilanciato con i valori supremi dell’ordinamento costituzionale. La Corte di Cassazione ha progressivamente recepito gli orientamenti della CGUE, contribuendo a una lettura costituzionalmente e convenzionalmente orientata della legge n. 69/2005. In particolare, la Suprema Corte ha riconosciuto che il giudice italiano dell’esecuzione è tenuto a verificare l’esistenza di un rischio concreto di violazione dei diritti fondamentali, soprattutto con riferimento alle condizioni di detenzione nello Stato richiedente. La Cassazione ha altresì valorizzato il dovere di cooperazione tra autorità giudiziarie, imponendo allo Stato di esecuzione di richiedere informazioni integrative allo Stato emittente prima di procedere alla consegna. Tale orientamento si pone in linea con il modello dialogico delineato dalla CGUE e conferma il superamento di una concezione meramente automatica del MAE. L’esperienza applicativa del mandato d’arresto europeo dimostra l’esistenza di una tensione strutturale tra l’esigenza di efficienza della cooperazione giudiziaria e la tutela dei diritti fondamentali. Se il mutuo riconoscimento costituisce la regola, le eccezioni fondate sulla protezione della dignità umana e del giusto processo assumono un ruolo essenziale per la legittimazione complessiva del sistema. La giurisprudenza europea e nazionale converge nel ritenere che la fiducia reciproca non possa essere presunta in modo assoluto, ma debba poggiare sul rispetto effettivo dei valori comuni sanciti dall’art. 2 TUE. Il mandato d’arresto europeo si configura oggi come uno strumento imprescindibile della cooperazione penale europea, ma anche come un banco di prova della capacità dell’Unione di coniugare sicurezza e tutela dei diritti fondamentali. L’evoluzione della giurisprudenza della CGUE e dei giudici nazionali, in particolare italiani, mostra un progressivo affinamento dei meccanismi di controllo, volto a evitare che l’efficienza repressiva si traduca in una compressione indebita delle garanzie individuali. In tale equilibrio dinamico risiede la sfida futura del MAE e, più in generale, dello spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia.